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EDITORIALE
Nuovi orizzonti per la sociologia del diritto
Per ribadire il ruolo significativo dei sociologi del diritto e, nello stesso tempo, recuperare una centralità nel panorama nazionale, mettendo a disposizione del Paese competenze importanti e funzi ....
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OSLO - I sopravvissuti e i familiari delle vittime non sono riusciti a trattenere le lacrime quando Anders Behring Breivik, autore della strage di Utoya 1, ha descritto dettagliatamente in aula, nella quarta giornata del suo processo 2, l'uccisione dei 69 giovani radunati nell'isola norvegese nel luglio scorso per partecipare a un campus laburista. "Alcuni di loro erano completamente paralizzati, non potevano correre", ha riferito. "Erano - ha aggiunto - completamente immobili. Sono cose che non fanno mai vedere in tv. Era molto strano". La freddezza di Breivik è parte integrante dell'atmosfera surreale che ha aleggiato in questi giorni nel tribunale di Oslo, e lo stesso massacratore l'ha spiegata così: "Posso decidere di rimuovere lo scudo mentale, ma ho deciso di non farlo... perché non sopravviverei", ha risposto a un avvocato dei familiari delle vittime che gli chiedeva perché non mostra nessuna empatia. L'avvocato ha notato che il 33enne si era commosso nel primo giorno del processo e ha pianto quando i procuratori gli hanno fatto vedere un filmato anti-musulmano da lui girato. "Non ero pronto a questo film", ha spiegato Breivik, aggiungendo: "Questo video rappresenta tutta la lotta e tutto quello che amo". Ma è stata la descrizione della strage a dominare la giornata processuale. Una descrizione minuziosa. "Ho alzato l'arma e gli ho sparato in testa. Qualcuno si fingeva morto, per questo gli davo il colpo di grazia". "Ero quasi terrorizzato. Non avevo veramente voglia di farlo", ha detto raccontando il suo arrivo sull'isola, vestito da poliziotto e pesantemente armato. Poco dopo, ha sparato i primi colpi d'arma da fuoco uccidendo il vigilante, un poliziotto che non era in servizio, e il capo del campo dei giovani laburisti che era in corso sull'isola, Monica Bosei
Volano bombe molotov sul Gran Premio di Formula Uno del Bahrain. Mercoledì notte un camion con a bordo i tecnici della scuderia della Force India è stato sfiorato da un ordigno mentre percorreva l’autostrada che collega Sakhir, località desertica dove si trova l’International Bahrain circuit, alla capitale Manama. Proprio la relativa distanza dal circuito con la Capitale, da un anno teatro della rivolta della popolazione contro la monarchia, aveva fatto dichiarare ai boss della Formula 1, che per lo svolgimento gara la sicurezza era assicurata. La sicurezza c’è per i piloti, la maggior parte arrivati giovedì, all’ultimo momento, dopo aver lasciato mogli e fidanzate a casa. E per gli addetti ai lavori. Tutti alloggiati e blindati a Sakhir; un’oasi di vetro e cemento nel deserto che, oltre al circuito, contiene anche diversi ristoranti, alberghi, bar e il nuovo polo universitario. La sicurezza e la libertà mancano invece a Manama e nelle altre città per il popolo del Bahrain, a maggioranza sciita e governato con il pugno di ferro da una monarchia sunnita stretta alleata della monarchia assoluta wahabita dell’Arabia Saudita. Per questo, nonostante da più di un anno nel piccolo arcipelago del golfo sia in corso una primavera di rivolta repressa nel sangue, l’occidente preferisce non occuparsene: troppi gli interessi economici in gioco. Così come troppi sono i soldi in ballo per questo Gran Premio. Dal 2004 l’erede al trono sceicco Salman bin Hamad Al Khalifa versa alle casse della F1 oltre 40 milioni di dollari ogni anno per disputare la corsa nel proprio paese. E visto che la F1 è in costante perdita, di questi soldi c’è assolutamente bisogno.
TRIVANDRUM - Oommen Chandy, il governatore del Kerala, si gioca il suo governo nelle elezioni suppletive del 14 marzo. Si vota per un solo seggio, ma il suo governo ha 71 voti contro 68, e il deputato morto era del suo partito. Anche per questo l'altra notte uno dei capi della polizia che trattava con la delegazione italiana la detenzione dei due marò del San Marco, a un certo punto ha fatto una battuta: "Ma voi italiani non avete capito che quest'incidente in mare doveva avvenire dopo il 14 marzo!". Non è vero che l'arresto dei due marinai italiani accusati dell'uccisione di due pescatori sia soltanto un gioco elettorale dei partiti del Kerala, ma certo questa ormai è diventata soprattutto una storia politica. E infatti molti giornalisti indiani confermano che la polizia del Kerala ha avuto da Chandy l'ordine di essere durissima. Ieri la Polizia mercantile si è ripresentata a bordo della petroliera Enrica Lexie, che è ancora alla fonda nel porto di Kochi. Sono state effettuate prove ed esami sulla scatola nera elettronica, dovrebbe essere stato sequestrato il logbook, il libro di bordo in cui ci sono le registrazioni degli ordini del comandante. Sarebbe stato presentato un questionario a tutti i membri dell'equipaggio e quindi anche agli altri 4 marò ancora imbarcati, con la richiesta di rispondere a tutte le domande sull'inchiesta. Qualcuno dice che i 4 marò sono stati minacciati, "arrestiamo anche voi se non collaborate", ma su questi temi la delegazione italiana al seguito del sottosegretario De Mistura è assolutamente silenziosa. A Trivandrum intanto questa mattina dovrebbero terminare le prove balistiche: secondo i giornali indiani verranno sparati i proiettili dai fucili dei marò italiani, e da quel momento in poche ore potrebbero essere fatti i paragoni con i proiettili estratti dal corpo dei pescatori. La stesura del verbale finale dovrebbe prendere però alcuni giorni, per cui a meno di nuove indiscrezioni (finora tutte inattendibili) i risultati sono ancora lontani.
NUOVA DELHI -Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, i due marò della petroliera italiana Enrica Lexie accusati dell'omicidio di due pescatori indiani 1 al largo delle coste del Kerala, sono stati trasferiti dal circolo ufficiali della Polizia centrale (Cisf) del Kerala nell'isola di Wellington, vicino Kochi, dove sono stati interrogati dal capo della polizia. Oggi pomeriggio compariranno infatti dinanzi al magistrato. "Saranno consegnati alla polizia di Kollam e portati dinanzi a un giudice", ha detto una fonte della polizia precisando che essendo oggi un giorno di festa in India i militari potrebbero essere portati nella residenza del magistrato anziché in tribunale. Latorre e Girone sono accusati di omicidio; la sezione 302 del Codice penale indiano stabilisce che l'omicidio può essere punito con l'ergastolo o la condanna a morte. Ieri La Torre è riuscito a mettersi in contatto con la sua famiglia a Taranto ribadendo la sua innocenza.
Un sudamericano è stato ucciso a Milano con un colpo di pistola. Ha sparato un vigile urbano, a quanto si sa, al termine di un inseguimento nel corso del quale uno dei due fuggitivi ha puntato un'arma contro l'agente. La sparatoria è avvenuta a Crescenzago nei pressi del Parco Lambro a Milano. Il sudamericano sarebbe stato colpito da diversi colpi di arma da fuoco. Sul posto sono accorsi vigili, polizia e uomini del 118. Sempre oggi a Milano, trovato il cadavere insanguinato di un uomo, senza documenti e dall'apparente età di circa cinquant' anni chiuso in un'auto in via Casasco. E' un cileno 29enne l'uomo morto durante l'inseguimento dei vigili urbani. Si chiamava Valentino Gomez Cortes. Dopo l'arrivo degli agenti per una rissa, Gomez e il sudamericano che è riuscito a fuggire sono scappati a bordo di una Seat Leon blu con targa spagnola. Gli agenti li hanno inseguiti. In via Crescenzago, all'altezza del palo luce 43, hanno interrotto la marcia e sono scappati a piedi. A quel punto il sudamericano in fuga avrebbe puntato la pistola verso uno dei vigili che ha reagito sparando. Gomez, che era disarmato, è stato colpito in pieno petto. Il ragazzo è morto poco dopo al San Raffaele. Il vigile è indagato.



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